Spaghetti e Brugge

A Pasqua dell’anno scorso io e mia moglie abbiamo sperimentato per la prima volta la formula del volo a basso costo, destinazione Paesi Bassi.

In quel viaggio abbiamo scoperto Brugge, assieme a Venezia il porto più fiorente d’Europa per tutto il basso medioevo e fino ai tempi di Carlo V, quando si insabbiò l’estaurio dello Zwin, che la collegava al mare. La città non si riprese più, rimanendo urbanisticamente congelata in un incantesimo che ci permette oggi di goderne come di una perla rara d’Europa.

Questa la prima impressione.

In realtà la Brugge di oggi è frutto di un piano urbanistico all’avanguardia, diventato riferimento per la pianificazione urbana europea.

Tutto l’abitato medievale – parliamo di 40.000 abitanti – accoglie le automobili quali ospiti occasionali, rare e discrete nelle loro fugaci apparizioni.

Si concentrano in assi di penetrazione per poi sparire con la loro andatura dinoccolata nelle autorimesse caricando e scaricando residenti, e regalando le straat cittadine a pedoni e ciclisti.

Ciò può ovviamente avvenire solo circondando la città di un possente anello circonvallatorio, che colleghi poi il traffico intercomunale con efficienza tra un anello e l’altro con viadotti non percepibili dagli abitati stessi.

Torniamo a casa.

L’anno scorso (questo articolo faceva parte di una rubrica su un mensile locale) ti avevo lasciato promettendoti quel primo piatto che doveva rappresentare la mobilità di un qualsiasi nostro comune. Ricordi? Quel primo piatto insolito, fatto di ”un unico spaghetto, insieme ad un bigolo, un vermicello e una tagliatella”.

Riconosco ora, alla più matura luce del 2005, che la metafora è poco elegante, ma cercherò la via più breve per uscire dal cunicolo in cui mi sono cacciato mantenendo la parola data.

Parlavamo di mobilità, e di reti.

Benissimo. Sullo spaghetto corrono le automobili tra i nuclei urbani, e attorno a questi nelle circonvallazioni, da cui svoltano per assi di penetrazione negli abitati.

E’ la rete viaria principale.

Il vermicello sta sul piatto tutto aggrovigliato su sé stesso. E’ la sommatoria delle strade urbane, pensate unicamente per l’accessibilità alle abitazioni, non per il transito. Sono vie di quartiere, lente, strette e a senso unico, in modo da concedere spazio ai bigoli e alle tagliatelle.

Il bigolo e la tagliatella – rispettivamente le reti pedonale e ciclabile – sono come incollati al vermicello, paralleli e contigui, all’interno dei centri abitati, in ogni singola via. In più lanciano funi di collegamento tra paesi e città, questa volta però staccandosi completamente dalla rete carrabile.

Questo il sistema della mobilità a cui dobbiamo aspirare. Questa, diciamo, è Brugge.

Nell’attuale ovest vicentino le cose non stanno esattamente così. Lo spaghetto e il vermicello non sono né l’uno né l’altro, ma un trafilato di un formato intermedio. Cioè le carreggiate di quartiere non hanno una sezione stradale molto dissimile dalle statali, e lo stesso dicasi per le velocità medie di scorrimento.

La tagliatella è stracotta, cioè tutta a pezzetti.

Gli sforzi che si stanno facendo per la ciclabilità non si attuano in osservanza al principio della continuità.

Per quanto riguarda la rete pedonale il bigolo praticamente non esiste. Per rete pedonale non intendo infatti i marciapiedi, ma un reticolo di percorsi piacevoli, e cioè larghi almeno un paio di metri, differenziati dalle vie carrabili con materiali di qualità e prevedendo l’interposizione del verde.

Ciò che dobbiamo fare in sostanza è redistribuire la superficie delle nostre strade urbane tra le diverse opportunità di trasporto. E per far questo, prima di questo, realizzare l’armatura viaria principale lungo cui muoverci nel territorio, argomento della prossima puntata.

Buona continuazione.

brugge

Manuel Gazzola

Gennaio 2005

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