Come ci eravamo ridotti

Abbarbicati sui marciapiedi, come in equilibrio su una corda, alcuni eroici cittadini sfidavano ancora l’aria inquinata e puzzolente e il grigiore dell’asfalto per incontrarsi all’aria aperta.

Qualche vecchio siedeva su una panchina fuori dal bar guardando nostalgicamente cosa succedeva fuori, e dovendosi accontentare di essere testimone dello sfrecciare inesorabile di indifferenti automobili.

I bambini, se portati dai genitori nei pochi parchi, all’oratorio o nei centri sportivi, godevono ancora di quello che rimaneva di uno spazio pubblico aperto.

Con la bella stagione, appena possibile, e poi nella libera uscita delle due settimane di ferie all’anno, le famiglie fuggivano letteralmente dai rispettivi dormitori, bollenti scatole di cemento inquadrate dentro regolari strisce di bollente asfalto, e fuggivano verso i paradisi perduti.

I luoghi dove la natura ancora era lasciata primeggiare incontrastata: mare, montagna, laghi, fiumi.

Oppure paesi e città antiche, dove era ancora possibile respirare quell’aria di luogo artificialmente naturale, di luogo cioè creato dall’uomo, ma nel rispetto delle condizioni che la natura ci ha posto.

Ovunque ma non qua. Ovunque ma non a casa nostra.

Quei 15 giorni all’anno, e quelle domeniche, noi non era solo questione di distarsi. Non era solo questione di esplorare.

Noi, anche, fuggivamo.

Le città e i paesi si spopolavano, venivano abbandonati, dimenticati per tutto il tempo che era possibile, ed è un peccato ritornarvici. Era un obbligo, non un piacere. Non c’è orgoglio in chi torna a vedere i primi condomini della periferia. Nessuna gioia.

Se la città avesse potuto avere sentimenti sarebbe stata una moglie invecchiata, da tempo ormai lasciata a sé stessa, tradita. Avrebbe provato solo rancore nei nostri confronti. Noi l’avevamo resa brutta, noi le avevamo scavato quelle rughe agli angoli della bocca e degli occhi.

Non era una vecchia serena, capace ancora di emanare bellezza.

Era una vecchia indurita dal dolore, diventata ormai arcigna e impenetrabile, incapace di provare alcun sentimento.

Ci avrebbe detto: “Ah, sei tornato. Non mi interessa. Non mi interessi tu. Continua la tua vita lontano da me.”

E così facevamo. Ad esclusione di pochi selezionati luoghi, noi vivevamo un altro anno nella nostra città senza che fosse profondamente nostra. Usando le sue strade. Passando da un interno ad un altro, dall’appartamento all’ufficio, dalla fabbrica al supermercato.

Spesso non ne respiravamo l’aria, perchè non la attraversiamo con i nostri piedi.

La attraversavamo per lo più, i più, protetti dentro scatolette mobili.

Per alcuni, l’unica città da vivere stava dal portone alla portiera nel parcheggio.

festa-per-strada

Manuel Gazzola

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