Niek De Boer

Nemo propheta in patria.

Il valentissimo Sir Colin Buchanan, come quasi tutti i grandi uomini, non venne immediatamente ascoltato nella sua terra.

D’altra parte persino a Gesù di Nazareth a Nazareth andò maluccio, per cui si era trovato ben presto a predicare sulle rive del lago di Tiberiade.

Ma le idee, specie quelle buone, sono creature tenaci, capaci come le spore dei batteri di lasciarsi trasportare dal vento, e dischiudersi a distanza di tempo e luogo, nel momento dell’opportuna circostanza.

Fu così che le idee di Traffic in Towns si lasciarono trasportare dalla brezza della Manica sulle sponde continentali, posandosi su un terra che da sempre fu nemica del conservatorismo e amante della sperimentazione.

Divampava anche in Olanda, come nel resto nel mondo occidentale, la contestazione, quando questo fascio di idee arrotolato nel papiro inglese si intrufolò nello studiolo di un brillante professore di pianificazione urbana alle Università di Delft ed Emmen.

Il nostro eroe di oggi è lui, Niek De Boer.

A De Boer dobbiamo anzitutto riconoscere il merito di essersi letto per intero il malloppo di Buchanan.

Sfinito dall’estenuante fatica, Niek andò a letto, e dormendo cominciò piano piano a digerire i paragrafi, a ruminarli, a scomporli e ricomporli fino a quando si svegliò di soprassalto.

Fu un risveglio traumatico.

De Boer corse allo specchio, vide quell’espressione nuova sul suo volto, ed esclamò: woonerf!

Il vecchio Niek si era improvvisamente trasformato in un capitolo di storia dell’urbanistica contemporanea.

Il woonerf è un’invenzione geniale, perché sovverte, raggiunge la soluzione ribaltando le premesse.

La questione è come far convivere pacificamente e in sicurezza bambini che giocano, automobilisti, pedoni, residenti in relax, ciclisti e auto in sosta.

La premessa scontata è la regolamentazione, ossia la separazione delle differenti superfici per i differenti usi.

La premessa ribaltata da De Boer è che la confusione e l’ambiguità generano una migliore convivenza rispetto alla regolamentazione.

Se vi trovate in un woonerf non incontrerete strisce pedonali né di mezzeria, non segnali di precedenza né piste ciclabili.

La strada è riprogettata con fantasia, giocando con alberi e aiuole, differenti pavimentazioni, posti auto, e qualsiasi elemento possibile di arredo urbano, dal lampione alla panchina, deliberatamente mischiando le carte in tavola.

Lo sforzo del progettista è tutto teso a far percepire all’automobilista che sta guidando all’interno di un cortile. Privato dei familiari confini e riferimenti, confuso dall’assenza della segnaletica amica – perché in fondo quella segnaletica è funzionale al predominio dell’auto – l’automobilista si ritrova sullo stesso piano degli altri utenti della strada.

In altre parole, si trova obbligato a porre attenzione ai comportamenti di pedoni e ciclisti, e di conseguenza a rallentare decisamente la velocità, fino ai 10-15 Km/h.

A Niek De Boer, inventore del woonerf, l’occasione per realizzare le sue idee venne offerta dal Comune di Delft, che nel 1969 si era proposto di riprogettare le sedi stradali di alcune aree centrali recuperando spazi di gioco per i bambini e sperimentando una soluzione al problema crescente degli incidenti automobilistici in città.

Il risultato fu una rivoluzione nel modo di concepire la strada, conseguente fondamentalmente ad un nuovo approccio al linguaggio dei segni.

Molti anni anno dopo Ben Hamilton-Baillie spiegò perfettamente l’essenza della novità introdotta da De Boer: ”In definitiva i nostri comportamentti e interazioni come essere umani sono governati dal contesto e dai segnali culturali che da esso riceviamo.”

Ma sentite qua ancora Ben: “Non c’è bisogno di mettere un cartello in un salotto con su scritto: non sputare sul pavimento”.

In poche parole, la conformazione stessa dello spazio è in grado di suggerirci un comportamento, senza che si renda necessario un segnale apposito.

Anzi, questo tipo di segnale, quello intrinseco di un ambiente, è ben più forte del segnale esplicito, perché non crea dipendenza, e lascia sempre l’osservatore in una posizione mentale attiva.

Chi guida in una corte è attento a cogliere qualsiasi possibile imprevisto entrante sulla scena. In poche parole, è meno sicuro, e più attento.

Questa è la rivoluzione del woonerf.

Sentite Hans Monderman: “Il più grave errore che possiamo fare come ingegneri del traffico è quello di dare alla gente l’illusione della sicurezza”.

Ma questa è un’altra storia.

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Manuel Gazzola

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