Una decisione difficile

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Mancava un mese all’evento che tutta la cittadina attendeva da un anno e che si sarebbe tenuto anche nell’area in cui noi avevamo il cantiere.

Certo, non competeva a me come direttore dei lavori garantire che quell’area sarebbe stata consegnata in tempo: io dovevo solo far realizzare l’opera a regola d’arte e nei tempi previsti, e noi di mesi ne avevamo ancora tre.

Però la cosa competeva a me come professionista di fiducia di quell’ente pubblico. Era una loro richiesta, ed in qualche modo dovevo conciliare le cose.

Mancava un mese e noi stavamo ancora sbancando. Le cordonate erano giù per metà, e l’impresa affidataria dei lavori quella volta, era un impresa piccola, a conduzione familiare, di brave persone e grandi lavoratori, ma erano pur sempre in 4. Certo, le pavimentazioni le avrebbero messe giù dei posatori esterni, come avviene quasi sempre. Ma c’era ancora da completare alcuni sottoservizi, c’erano i cordoli, c’era da fare l’assistenza ai posatori e poi c’era da asfaltare. Un mese.

Finalmente era arrivata la fornitura: come da prassi vado a controllare il materiale per approvarlo, e subito mi accorgo che il colore del massello non è quello giusto.

Avevo scelto un formato grande, ed avevo chiesto una finitura molto chiara, in modo che potesse evocare in un qualche modo una pavimentazione in pietra naturale, costando circa un terzo.

Invece quel bianco-panna, caldo, che avevamo scelto tra le campionature, ora era un grigio chiaro, di quel grigio che chi vive tutti i giorni in cantiere riconosce nella tonalità tipica del cemento: sarebbe stata una spianata di betonelle.

A tutti pareva un dettaglio, ma io sapevo che non lo era: l’effetto finale sarebbe rimasto molto diverso da quello che avrebbe dovuto essere.

La decisione era complessa. Ci riflettemmo. Sarebbero stati giorni tosti, ma sapevamo quello che facevamo.

Materiale non accettato.

Io sapevo che l’unico modo sarebbe stato quello di essere irremovibile, e di mettere l’impresa e il subappaltatore nella posizione di concorrere al danno per l’amministrazione nel caso in cui non si fosse fatto in tempo. Ma avremmo fatto in tempo.

Furono giorno convulsi.

Ci incontrammo più volte con il proprietario della azienda che produceva il massello, e mi fu fatto intendere che mi avrebbero fatto causa. Io sapevo che avevo le carte apposto ed andai dritto.

Cedettero, e nel giro di 4 giorni arrivò in cantiere la fornitura del materiale giusto.

I problemi non erano finiti, perché di quel mese ci eravamo mangiati 10 giorni, eravamo arrivati a ferragosto ed i macedoni che avevano il subappalto avevano deciso di tornare a casa.

Il problema è che dalle nostre parti molti dei posatori sono macedoni, e in quel periodo a loro non interessa nulla, se ne vanno a casa.

I pochi che restavano sapevano di potevano tirare il prezzo perché eravamo in difficoltà.

E in una certa misura, pur essendo sicuramente dalla parte della ragione, il problema dei soldi c’era, perché l’impresa non era tenuta a realizzare le opere nei tempi che io chiedevo, pagando di conseguenza di più la posa.

Quel giorno credo di aver contattato tutti i posatori esistenti nel raggio di 50 km, fino a che non trovammo due squadre al prezzo che dicevamo noi e che sarebbero partite il giorno dopo.

Avevo messo giù un programma dei lavori serratissimo, ed ero in cantiere almeno due volte al giorno.

E alla fine ce l’avevamo fatta.

Manuel Gazzola