Il patto con l’automobilista

automobilista amico

Il modo in cui la maggior parte degli ingegneri del traffico affronta il traffico è quello del cattivo genitore. Divieti, punizioni, avvertimenti e controlli. “Non fare così e così”.

In modo assolutamente irrispettoso, senza fermarsi un secondo a riflettere sui motivi di quel “comportamento scorretto”.

Questo genera frizioni, reazioni trattenute, reazioni non trattenute, rabbia, incomprensione.

L’automobilista non è un deficiente.

L’automobilista vede ciò che lo circonda, e valuta. Valuta usando la sua testa, che nella maggior parte dei casi funziona perfettamente.

Il luogo che mi circonda serve essenzialmente a fare passare le automobili come quella dentro la quale sto seduto? Benissimo, eccomi qua.

Ci sono pericoli, imprevedibilità che possono portarmi ad un incidente, facendo male a me stesso o agli altri? Vediamo quali sono, e se ci sono, adeguiamo il comportamento di guida in modo da evitarlo quell’incidente.

Ma se io ho tutta la visibilità di questo mondo. Ho una strada completamente sgombra da altri soggetti, perchè i marciapiedi sono liberi e non ci sono biciclette. I residenti sono dentro le loro case e i loro uffici. Se io ho una segnaletica che mi dice incessantemente: sei tu l’unico padrone di questo luogo, e anzi, aspetta che ti do tutte le indicazioni perchè tu possa sfrecciare in questo circuito, perchè il navigatore te lo faccio io. Se la corsia è larga e rettilinea, esattamente come per le strade extraurbane.

Allora io, in modo inconscio, certo, non consapevolmente, adeguo il mio comportamento di guida, e naturalmente divento “aggressivo”. Non è aggressività: è “ normalità”.

L’automobilista non è un pazzo spericolato, o un pericoloso delinquente a piede libero.

L’automobilista è una persona, con un pilota automatico molto ben funzionante, che gli indica come gestire la sua crociera evitando in linea di massima i pericoli, ma anche evitando di comportarsi in modo illogico ed inutile.

E’ con questo automobilista che noi dobbiamo ricordarci sempre, come tecnici, di avere a che fare.

Lui non è il nostro nemico.

Noi non dobbiamo agire anzitutto direttamente su di lui. Io sono contrario alle campagne di educazione stradale, quando isolate in un’azione che non può che essere destinata all’inefficacia, se non nei primi giorni dopo il bombardamento di immagini di lamiere accartocciate.

Io sono per agire anzitutto sul luogo. Dobbiamo trasformare la strada, in modo tale che da una parte torni ad essere accogliente per il residente, ed utilizzata dal pedone e dal ciclista. E dall’altra in modo tale che riesca a comunicare questo all’automobilista, e cioè che quella strada è il palcoscenico costruito per ospitare una molteplicità di funzioni, e non solo quella del transito veicolare.

La strada serve per leggere quel libro, per bersi quel caffettino, per chiacchierare e per giocare.

Per incontrarsi. Per vivere, e cioè per fare vivere quella comunità che lì abita.

Ecco, se l’automobilista legge questo attraverso il suo parabrezza, allora lui – statene certi – trasforma magicamente il modo in cui attraversa quel luogo. Scegliendo di alzare il pedale, e soprattutto di alzare le antenne.

La variabili di cui dicevamo prima, quelle che potrebbero generare interazioni, ed incidenti, si sono moltiplicate. Nessun automobilista è un assassino.

L’automobilista non deve neppure essere “educato”, restando sull’esempio iniziale del genitore.

Non è neppure necessario che noi diventiamo “buoni genitori”.

O meglio, possiamo farlo, possiamo anche “spiegare”. Ma solo dopo aver fatto la cosa più importante: aver trasformato quel luogo, in un modo tale che l’automobilista, che è un nostro pari, un adulto in grado di valutare con la propria intelligenza alla quale noi non siamo superiori, scelga autonomamente di trasformare il modo in cui lui attraverserà quel luogo.

Lavorare in questo modo significa evitare il più possibile gli interventi di moderazione del traffico traumatici, come i dossi, immediatamente dopo i quali l’automobilista innervosito non farà altro che cercare di recuperare i secondi persi, facendolo con un’accellerazione brusca che moltiplica il rumore e gli inquinanti acustici nell’aria che dovremmo invece ripulire. Ma soprattutto creando le condizioni, a causa di quella mancata collaborazione, di quel mancato rispetto, di quel nervosismo indotto, di un nuovo incidente.

Bisogna pianificare, e progettare, avendo sempre a che fare con il nostro “amico automobilista”.

Manuel Gazzola