L’Olanda in bicicletta

Delft 1 - Olanda

Quell’estate portai mia moglie in Olanda, in bicicletta.

Avevo programmato tutto alla perfezione: una volta arrivati a Zierikzee avremmo recuperato uno di quei cariolini in cui si mettono di solito i bambini, e l’avrei riempito dei nostri zaini e dell’attrezzatura da campeggio. In questo modo avrei equilibrato la mia potenza e quella femminile di Eva, ed avremmo potuto macinare i chilometri del giro dei Paesi Bassi che avevamo in mente.

Ahahahah, tutto organizzato!

Partiamo! La prima giornata è – come dire – duretta… diciamo pure un po’ più duretta di come me la immaginavo.  Ma d’altra parte ci sta. L’inizio è sempre il momento più duro: bisogna ancora carburare, fare capire a quei quadricipiti e a quei polpacci la mole della nuova avventura.

Il secondo giorno però, sarà per il vento terribile – sempre contrario – che ci accompagna per quei paesaggi pianeggianti, è già dramma. Eva deve aspettarmi. Sono io a chiedere le pause.

Ma io lo so: l’importante è resistere, superare la boa: il terzo giorno avrei già sentito un lieve miglioramento, e poi alla fine sarei volato per le fantastiche ciclabili olandesi.

Terzo giorno. Mi sveglio. Le gambe sono di marmo, esattamente come la sera prima.

Abbisogno di massaggi.

Provo a partire. Le prime falcate sono pesantissime. Si mette veramente male.

Il problema è che la tappa prevede un tratto di costa che sulla mappa è – ovviamente – piatto.

In realtà quelle dune, seppure morbidissime, mi concedono qualche tratto di respiro, certo, ma poi quella leggerissima salita è il gran premio della montagna del Tourmalet.

E’ dramma puro. Sono tentato più volte di scendere e spingere. Una volta – qui lo dico e qui lo nego – forse lo faccio pure.

Il quarto giorno dobbiamo affrontare la realtà: la tappa si dimezza. Il quinto si riduce ad una comparsata. Le mie gambe sono intrise di acido lattico.

Il sesto giorno siamo a Enkhuizen, e decidiamo di “fare una pausa” rispetto al tragitto originario.

Ok, ok, ok. Non erano solo le mie gambe però. Il fatto è che quel maledetto cariolino, appesantito in quel modo, faceva un effetto molla costante ed ogni falcata mi tirava indietro con uno strattone pari allo sforzo della mia falcata precedente. E poi il vento. Cacchio, che vento in Olanda (sempre contrario, ovviamente, in qualunque direzione tu vada). Ok?

Va bene, lasciamo perdere le mie disavventure personali, e veniamo a cosa ho visto.

E’ inutile che io racconti ciò che sanno tutti. L’Olanda è intessuta di piste ciclabili. Non sempre autonome rispetto alla strada, attenzione: quello è un falso mito. In molti casi non è necessario.

L’importante, e questo lo fanno molto bene in Olanda, è curare bene i cosiddetti “nodi”, e cioè le intersezioni. Quello è il punto critico della ciclabile, quello è il momento del pericolo: l’occasione della discontinuità.

Io in Olanda non ci sono andato più di tanto per ammirare le ciclabili. Ero più attirato (deformazione professionale) dal capire il modo in cui gli olandesi trattano i centri urbani.

Andavamo alla ricerca dei woonerf (vedi questo articolo), come si va a cercare un reperto archeologico.

Ci infilavamo nelle strade residenziali cieche delle cittadine più piccole, per scoprire soluzioni nuove nel modo di gestire lo spazio pubblico. Ho trovato molte delle cose che cercavo, e molte me le sono portate nel mio zaino.

Nei pochi chilometri che abbiamo fatto in auto, prima di partire per il giro in bici, e i due giorni successivi, abbiamo sperimentato cosa vuol dire infilarsi in quel labirinto che è una zona residenziale olandese. Strade strettissime, quasi sempre ad una corsia, pur mantenendo il doppio senso; strade che obbligano l’automobilista a stare sotto i 20 km/h.

Devo dire però anche che mi aspettavo qualcosa in più dal punto di vista della varietà delle soluzioni progettuali.

Io credo che in Italia potremmo fare qualcosa di meglio dell’Olanda, se fossimo adeguatamente supportati dalla normativa e se fossimo in grado di diffondere una cultura dello spazio urbano abitato, in modo da avere dietro la cittadinanza, e davanti i politici, a chiederci di fare ciò che ci proponiamo di fare.

Potremmo fare qualcosa di meglio perchè saremmo in grado di inventare soluzioni più creative rispetto alla frequente “spianata” di betonelle della cittadina olandese.

Certo: il materiale di pavimentazione fa molto. Ma non credo che faccia tutto.

Noi almeno lavoriamo in modo meno diffuso, e più puntuale, a sorprendere più spesso l’utente della strada, consegnandogli uno spazio più vitale.

Insomma, se devo risolverla in una frase io l’Olanda l’ho vista molto ma molto ben gestita (per quanto riguarda il mio ambito) a livello di pianificazione nazionale. C’è un gran cervello centrale. Dopodichè di opere pubbliche di grande qualità sugli spazi pubblici non ne ho viste molte.

Delft 4 - Olanda

Manuel Gazzola